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In provincia di Trapani gli allagamenti compromettono la produzione del grano. La Cna: “Un disastro. Lavorare nell’agricoltura è diventato antieconomico”

– Martedì 24 FEBBRAIO 2026 – Si profila un quadro estremamente critico, per i produttori di grano della provincia di Trapani e, quindi, anche per numerosi agricoltori e imprenditori di Alcamo. Scende in campo la Confederazione nazionale artigianato, intanto, per farsi portavoce dei gravi disagi, provocati dal fatto che le abbondanti e violente piogge degli ultimi mesi hanno infatti compromesso fortemente la semina dei cereali nei terreni argillosi del Trapanese. Se, da una parte, la piovosità può essere vista come una benedizione contro la siccità, d’altro canto però occorre fare i conti con gli eccessi di condizioni meteorologiche che provocano danni all’agricoltura. Insomma, siamo di fronte a uno squilibrio climatico che genera problemi molto gravi.

“Impossibile coltivare ed arare – raccontano alcuni imprenditori agricoli iscritti a Cna -, sui terreni allagati non possiamo intervenire nemmeno con le concimazioni di copertura. Da una prima analisi complessiva, possiamo affermare che le semine di grano duro nel territorio di Trapani non superano il 50 per cento delle medie degli scorsi anni, in alcuni casi si attestano addirittura al 30-40%. Per i cereali minori, quali orzo, favetta e foraggio, non superano nemmeno il 30%”.
Nell’immagine qui in alto, un terreno in provincia di Trapani (foto Cna)

Una proiezione disastrosa, come evidenzia Cna Trapani, e che getta ancora una volta nello sconforto chi lavora in agricoltura. È questa infatti l’ennesima stangata per un comparto già fortemente provato dalle difficoltà climatiche e strutturali, nonché dai costi di gestione che spesso superano di gran lunga i ricavi.

“Lavorare nell’agricoltura è diventato antieconomico – raccontano gli operatori del settore -, chi continua a perseverare lo fa perché ha fatto investimenti importanti e non vuole rinunciare o, semplicemente, per amore di salvaguardare il terreno. La verità è che, spesso, non riusciamo nemmeno a coprire le spese sostenute”.

A tutto ciò si aggiunge, infatti, anche il crollo del prezzo del grano. “I prezzi dei cereali si attestano al di sotto dei costi di produzione già dal raccolto del 2025 – spiegano gli agricoltori -, è a dir poco inaccettabile vendere il grano al di sotto di 40 centesimi al chilo. Nel mese di giugno il prezzo del grano non superava i 25 centesimi, oggi si parla addirittura di 20 centesimi. Questo nonostante, qualche mese fa, Ismea (Istituto di Servizi per il Mercato agricolo alimentare) abbia pubblicato un documento in cui affermava che il prezzo minimo di vendita del grano duro non potesse essere inferiore ai 31/33 centesimi al kg, e che trattative al di sotto di questa valutazione possono essere considerate sleali e quindi perseguibili. È chiaro che, se i prezzi di vendita sulla borsa merci di Foggia oscillano dai 27 ai 28 centesimi al kg, al netto di spese di magazzino e trasporti, per i produttori di grano del Trapanese non supera i 20 centesimi”.

Una situazione che, pertanto, è divenuta davvero insostenibile e di cui la Cna Trapani si fa portavoce. “Inammissibile che un settore portante della nostra economia, qual è l’agricoltura – dichiara Antonio Spezia, presidente provinciale di Cna Agricoltura – e che riguarda la sussistenza alimentare, venga così tanto mortificato e bistrattato dalle istituzioni. È chiaro che gli incentivi attuali non bastano a coprire i costi di produzione dei nostri agricoltori, e che siano necessarie delle scelte strutturali per dare sicurezza e continuità al settore, garantendo un sostegno reale a chi ogni giorno lavora la terra e contribuisce alla nostra economia e alla sicurezza alimentare del Paese”.

“Preoccupano inoltre – conclude Spezia – i possibili effetti del trattato Ue-Mercosur, firmato proprio ad inizio 2026. L’accordo mira, infatti, ad aumentare l’export europeo di auto, macchinari e farmaci, facilitando l’importazione di prodotti agricoli dai Paesi sudamericani Brasile, Argentina, Paraguay, Uruguay, Bolivia. Il rischio è quello di vedersi costretti ad abbassare ulteriormente il prezzo dei cereali nostrani: dato che gli agricoltori di quei Paesi non sono sottoposti ai rigorosi standard normativi, ambientali e fitosanitari previsti per gli agricoltori italiani, si determinerebbe infatti una concorrenza squilibrata sul piano dei costi, con un conseguente ulteriore calo dei prezzi e seri interrogativi sulla qualità offerta al consumatore finale”.